Oslo

Alle nove è ancora buio pesto. In giro non c'è nessuno. Né persone né auto, e quelle poche in circolazione sono elettriche e strisciano silenziose come serpi. Sembra di essere ai tempi del Covid.

In fondo alla strada c'è una costruzione di qualche pregio architettonico, forse un museo. I gabbiani gracchiano messaggi sempre uguali, si avvicinano curiosi e poi spariscono nella nebbia. Ci vorrebbe un caffè ma non c'è. Proliferano invece i palazzi d’abitazione recenti, lussuosi e un po' pretenziosi. Si affacciano sul mare e i passanti possono sbirciare nei saloni e nelle camere da letto dei nativi. Mancano tende, tapparelle o altre diavolerie che normalmente servono ad attutire la luce del giorno. È ancora e sempre notte.

In una via parallela al Museo spunta un caffè. Il sottofondo musicale sforna pezzi gloriosi di CSNY, Joni Mitchell, Bruce Springsteen, Bob Dylan, … C’è anche Rodriguez. Al banco si trova di tutto. L'acqua e il tovagliolo vanno invece richiesti a parte, come un bene prezioso, riservato a pochi. È una sfida alle competenze linguistiche dei visitors. Non è troppo difficile. Alcune parole suonano persino famigliari. Il tovagliolo è chiamato serviette. Come in dialetto. Senza nulla voler togliere alla variante mantin che però in questo momento è fuori contesto. E l'acqua? Vann, certo.

Oslo, 28 dicembre 2025